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Ritorno all’uomo. Il richiamo (antico) della foresta

| Anchise |

“Vi è un’estasi che segna la sommità della vita e oltre la quale la vita non può levarsi. E il paradosso dell’esistenza è tale, che quest’estasi viene quando più si è vivi, e si presenta come un completo oblio di vivere.”

La narrativa è l’erede contemporanea dell’antico trono che fu dell’epica di Omero, ed ancora oggi può e deve affascinarci portando la mente a vivere tempi e luoghi magnetici. Spesso ci narra di mondi difficili e di grandi imprese. Questa volta ci trascinerà nella gelida Alaska ai tempi della corsa all’oro, una landa di ghiaccio dove uomini e cani strappano a fatica brandelli di essenza vitale alla morsa del freddo. È il cane Buck il protagonista de Il richiamo della foresta, breve e intenso testo nato dalla penna di Jack London, acuto, alcolico e travagliato scrittore vissuto a cavallo dei due secoli scorsi.

La storia di Buck è quella dell’elevazione dell’eroe: da una placida vita in una tenuta padronale californiana, il disegno del Fato lo porta ad essere rapito, venduto per trenta denari ed imbarcato verso Nord.

Subito il battesimo del fuoco: l’uomo con la felpa rossa, che riempie Buck di così tante saccagnate da instillargli l’odiosa legge del più forte. Buck è dominato e sottomesso non da un avversario alla sua altezza, ma dall’intelligenza e dalla tecnica umana, che attraverso l’estensione di un semplice manganello è in grado di trascendere i limiti del proprio corpo, confine a cui è limitato il regno animale. Buck sa che in un corpo a corpo avrebbe la meglio, ma comprende che gli strumenti di cui gli umani si servono hanno una forza imbattibile e che non cercherà mai più di sfidarli. Una lezione tremenda, ma indispensabile alle latitudini sulle quali è stato scagliato dagli eventi.

Preziosa poi l’allegoria della disavventura con una cricca di coloni improvvisati, inesperti, viziati, troppo arroganti per sopravvivere nel grande Nord. Viene lesto alla mente il pensiero verso tutte quelle classi dirigenti ottuse e inadatte che costellano la storia umana.

La profondità della psiche: London affresca un mondo semplice, crudo, dove alla sera si è così stanchi da non riuscire nemmeno a coglierne la poesia; eppure uno spazio così prolifico in termini di relazioni e comportamenti degli animali. Sono i cani da muta i protagonisti indiscussi del libro: le loro pulsioni, paure, alleanze, le singole scelte di prevaricazione oppure di sottomissione, la propria disciplina nel tirare la slitta.

Viene da chiedersi continuamente: dove inizia ciò che chiamiamo intelligenza? Cosa ci separa da loro, a parte pollice opponibile e verbo? Ma giunge rapida la maestria dell’autore a sussurrarci tra le righe senza leziosità: gli uomini sono uomini, i cani sono cani, i primi hanno ammansito i secondi per servirsene ed alleviare la fatica del vivere. I secondi hanno accettato tale scambio in cambio di riparo e nutrimento. È questa la cifra portata dal racconto. Oppure no?

Dagli alberi giunge a Buck un canto lontano, irrazionale, inspiegabile. Sono i lupi, esseri che centinaia di generazioni prima erano uguali a lui. Prima della civiltà, quando il mondo era giovane. È lì che il protagonista scrive il suo destino: morto il suo ultimo padrone umano, egli si ricongiunge alla sua più profonda natura, conquistandosi il rispetto del branco dopo essere stato contestato e messo alla prova. È così che finalmente tornerà a correre ed ululare sotto un cielo vergine, riunito con la parte più elementare dell’essere.

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