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Il totalitarismo classista della città globale

| Redazione |

La politica progressista milanese ha una visione ben precisa della città globale, luogo in cui la gentrificazione e la speculazione immobiliare attraggono investimenti e risorse umane da tutto il mondo. Nel mentre, gli stessi, cercando di crearsi un’opposizione tutta loro con un ridicolo senso di localismo, introducono NIL (nuclei di identità locale) sempre più ristretti e altre amenità a loro strumentali. E bisogna ammetterlo, sono avanti! Hanno creato una società parallela, dove la discussione verte solo nell’ambito dell’idea progressista, in uno spazio politico precluso a chi non ha le loro idee. Una società tecnocratica, che non deve fare i conti con le opposizioni politiche, le quali, spesso preda dell’incapacità di comprendere questo mutamento, si arroccano su posizioni anacronistiche incapaci di rispondere alle esigenze della città globali, di fatto parlano un’altra lingua; la lingua della città diffusa.
Questa incomunicabilità scoraggia l’elettore medio che non vede uscita da questa trappola, o semplicemente “non ci pensa” decidendo così di non esprimere parare incastellandosi nella sua proprietà, sicuro di essere inviolabile, pur non essendololo.

Bisognerebbe riconoscere che i problemi di Milano sono diretta conseguenza delle disparità che la città globale porta: il problema centrale, dunque, non è l’incapacità dell’amministrazione, è proprio l’idea di città che porta avanti. Milano in pochi anni è diventata come Parigi, come Londra e come New York: i milanesi (quel conglomerato di famiglie e persone di ogni etnia che vive e respira, e si nutre, e si identifica con la città) sono destinati ad essere sostituiti con élite senza identità, storie e radici, che vivranno la città come fossero in un acquario. La peculiarità è ben esemplificata dal continuo aumento del valore immobiliare di Milano; gli affitti medi sono circa 20,48 €/m² (nel 2013 era 14.90) e le vendite sono di 5.150 €/m² (nel 2016 era 3.616). E continuano a salire…

Le città globali domineranno il mondo e ne gestiranno i processi, perché sono le avanguardie della nostra società: nella cultura, nelle leggi e negli stili di vita, e per definirle possiamo usare i seguenti criteri:

  • Fama della città a livello internazionale (un esempio: la notorietà del nome)
  • La capacità di influire su temi di importanza mondiale e di partecipare a eventi
    internazionali di particolare rilievo come, per esempio, l’organizzazione di grandi eventi
    sportivi o finanziari, politici o sociali ed essere sede di alti organismi internazionali.
  • Essere centro di una grande conurbazione e possedere una popolazione nell’area
    metropolitana adeguatamente numerosa.
  • Avere un aeroporto che funga da hub internazionale e quindi avere un gran numero di
    collegamenti aerei con le grandi città del mondo.
  • Avere un avanzato sistema di trasporti urbani ed essere ben collegata con altre città.
  • Possedere infrastrutture avanzate nel mondo delle telecomunicazioni.
  • Essere una città cosmopolita.
  • Avere un ambiente culturale specifico grazie all’esistenza di festival cinematografici,
    eventi musicali, gallerie d’arte, ecc.
  • Essere sede di imprese internazionali importanti per il commercio.


E sono più o meno tutte simili: nelle architetture moderne, nelle politiche e nel perseguimento dei diritti civili ad ogni costo. Hanno altresì tutte in comune il fatto di avere allontanato il ceto medio, cioè lo stesso che le ha generate e nel periodo industriale ne ha dato l’immagine, o meglio dire ora il “brand”.

Ora i tanti e ormai poveri lavoratori e cittadini, figli e nipoti di un’economia familialista, si sentono stranieri a casa propria; non perché non accettano il cosmopolitismo (quello che viene spesso rinfacciato) ma perché non si riconoscono in questo nuovo volto della città, che pone le persone tra i 20 e i 40 anni come degli autentici “bamboccioni” inadeguati. Ma è questa idea di città ad essere inadeguata al cittadino! E non temete, il mercato vi caccerà dalla vostra città e dai vostri ricordi: case acquistate nel 1960, per (contando la svalutazione della lira) 40.000 € attuali ora vengono vendute a quasi un milione di euro, quindi cosa fare? Non mollare! La Milano globale e la Milano locale sono in guerra da anni e oggi più che mai è il caso di capirlo: la casa di ringhiera deve sopravvivere contro il palazzo in vetrocemento, dipende da voi.
SIATE LOCALI!

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