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Il “beauty” maschile all’assalto delle identità

Nelle civiltà pre cristiane il trucco veniva utilizzato per conclamare il proprio status sociale o per rispondere a motivazioni religiose, per questa ragione era portato indifferentemente da uomini e donne. In particolare nell’antico Egitto erano gli uomini a farne più uso, soprattutto intorno agli occhi che, dipinti di nero, incarnavano il senso di potere e sfarzo. Nell’antica Grecia, con il culto del corpo, il make up acquisisce un valore estetico più vicino al nostro modo di interpretarlo: era maggiormente utilizzato dalle donne per essere presentabili in pubblico. Contestualmente, la cura della pelle era diletto maschile: oli essenziali e bagni profumati garantivano una cura estetica in linea con l’approccio proto-edonista del tempo.

È con l’ affermarsi delle religioni monoteiste e, in seguito, durante il Medioevo che in Occidente il ruolo del trucco e della cura del sé perde di valore per diventare vezzo di pochi miscredenti. Nelle corti europee del ‘600 e ‘700 il make up riprende valore per così dire “politico”, rappresentando l’appartenenza ad uno status e l’incarnazione di un potere, in ragione per lo più del costo delle materie prime.

Nell’età contemporanea il make up in Occidente inizia ad essere una prerogativa solo femminile relegando il suo utilizzo “maschile” nell’ambiente delle arti: negli anni ’20 del ‘900 gli attori di teatro lo utilizzano per risaltare la fisionomia e i movimenti. Sono le subculture degli anni ’70 come il Punk o il Glam di David Bowie a mantenere questa “usanza” fino ai nostri giorni, pur non scalfendone ancora l’esclusiva femminile. La storia ha sempre un significato perché racconta chi siamo e in quale modo siamo arrivati fin qui: è bene in questo caso raccontarla sommariamente per intravedere il senso dell’oggi e capirne la natura.

MAKE-UP MASCHILE SDOGANATO

Un notissimo brand di moda ha appena pubblicato una campagna dedicata al make up “fluida” in cui uomini e donne appaiono intenti a truccarsi ed utilizzare prodotti di bellezza. Sui social spopolano virali tutorial proposti da infulencer di sesso maschile che ci spiegano come utilizzare quel prodotto piuttosto che quale brand di mascara scegliere. In nome del sistema di credenze distorto della nostra contemporaneità, dove i generi non esistono e dove il mercato definisce stili e tenori di vita, l’utilizzo del make up è sdoganato anche presso gli uomini i quali, con una naturalezza allarmante, si truccano “meglio” di una preadolescente alle prime armi con i materiali della madre.

Ci si può raccontare dunque che la storia del make up arriva da lontano e che si, non è sempre e solo stata una storia al femminile, ma il tema centrale è che sono sempre le ragioni a fare la differenza.

Il trucco maschile contemporaneo non tocca gli ambiti del potere e non conclama uno status, ma mette in discussione, ancora una volta, l’identità di genere in una delle sfumature più potenti: quella dell’apparire.

IL TRUCCO COME STRUMENTO POLITICO

Il trucco oggi è esattamente la sintesi di ciò che dovrebbe essere: un modo dell’apparire. Che ha un senso, ovviamente come tutto ciò che siamo, ma che identifica anche il mondo in cui viviamo, quale è il nostro tempo. Il nostro tempo ci dice che il trucco è un mezzo, come ce ne sono molti, per scegliere l’identità: è forse il più banale ma nella sua essenzialità impatta certamente con il potere dell’apparire, e in maniera eclatante sul sistema di valori che l’Occidente ha conquistato in migliaia di anni e che sono, a dispetto dei tentativi di demonizzazione, i nostri.

Per quanto possa apparentemente sembrare un tema frivolo e quasi irrilevante, per quanto si possa (forse) ancora scegliere cosa guardare e come apparire nel mondo, è altrettanto vero che una nuova finestra di Overton si apre e non sappiamo esattamente dove ci porterà.

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